MUOVERE per GENERARE il NUOVO
Nel precedente articolo vi ho raccontato come, partendo da una sfera di argilla e trasformandola in fiore, il gruppo di proprietà e responsabili dell’azienda abbia sperimentato la plasticità del sentire all’interno dell’organismo collettivo.
Ma un passaggio generazionale necessita di cambiamento gestionale e pratico: l’azienda ha bisogno di osservare i ruoli e ridefinire le sue regole e le sue strutture organizzative.
Per alimentare questa metamorfosi — che deve essere insieme culturale e gestionale — è necessario far nascere in sè l’immagine del futuro, pur non ancora chiaramente definito, ma che si mostri come immagine interiore a cui tendere. Come visione non definita nel dettaglio, come idea che, pur attraversando i fisiologici momenti di caos della transizione, potrà emergere e manifestarsi nella realtà propria di questa azienda.
Così, dopo la pausa pranzo, siamo tornati intorno al tavolo per accogliere una sfida geometrica e rigorosa. Un percorso in due tempi che ha messo a nudo le dinamiche profonde della leadership.
L’illusione della struttura rigida e lineare
Nel pomeriggio ho distribuito la creta a ciascuno, dando istruzioni estremamente precise, allo scopo di generare un bel senso di sicurezza: modellare quattro piccole sfere uguali, disporne tre come base e una appoggiata sopra, a mò di un “profiterol”, per poi plasmarle insieme fino a far emergere gli spigoli netti di un tetraedro regolare.
Il gruppo ha lavorato con totale chiarezza, concentrazione e felicità nel ricevere binari così definiti.
Una volta finiti i tetraedri, li abbiamo messi in fila: erano perfetti, stabili, rassicuranti.

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La prima fase del lavoro: il tetraedro geometrico, lineare e statico. Sicuro, preciso, ma fermo nel passato.
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…Ma quella perfezione geometrica era l’immagine specchio della vecchia governance: una struttura lineare, con un vertice chiaro, un appoggio stabile e gerarchico. L’immagine della bella, stabile azienda, che nacque 50anni, che è fiorita e che oggi vuole evolvere ulteriormente…
Quindi
Troppo comodo fermarsi lì, al nostro tertaedro!
Quella stabilità statica non è ciò che serve a un’azienda che sta affrontando un passaggio generazionale e tende ad una governance collaborativa.
A quel punto ho lanciato la vera sfida: “La cosa non è finita qui. Adesso dobbiamo mettere in dinamica il nostro tetraedro”.
L’invito è stato accolto con un livello di concentrazione e attenzione ancora più profondo. Tutti hanno dovuto abbandonare la sicurezza del rigore statico per entrare nella mobilità del sentire e nella fermezza della forma in movimento.
Ho preso un solido come esempio ed ho impresso una leggera torsione ad un vertice.
Lo spostamento di quel singolo vertice influenzava istantaneamente tutti gli altri punti della struttura.
Nella governance collaborativa non esistono compartimenti stagni. L’intera organizzazione è relazione armonica.
Mentre “dinamizzavano” il proprio tetraedro, i partecipanti si sono accorti che per “muovere” il vertice alto dovevano per forza sollevare, toccare o sentire la pressione sulle facce nascoste, quelle rivolte verso l’interno o schiacciate contro il tavolo. Tutto viene messo in gioco: il movimento visibile vive grazie al lavoro delle parti che in quel momento non si vedono.
Così l’esperienza delle mani che modellano ha portato a galla una chiara consapevolezza : l’impossibilità di ignorare le parti non visibili.
Da questa evidenza della materia sono nate considerazioni di valore gestionale:
L’ascolto e l’incontro con l’altro:
Non basta guardare la propria “faccia” del tetraedro.
La reciprocità dei bisogni:
Comprendere che se io cambio passo, sto modificando lo spazio d’azione di un altro vertice.
L’alleggerimento reciproco:
La necessità di calibrare la propria forza per alleggerire, dove possibile, il carico dell’altro, evitando che la struttura si spezzi nei punti ciechi.
I tetraedri hanno iniziato a vibrare. Sulle superfici si sono generati dei veri e propri vortici, linee di forza organiche che raccontano lo spostamento del potere e delle responsabilità. La struttura è rimasta solida (il tetraedro esiste ancora!), ma è diventata un organismo vivente e dinamico.

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Dopo aver sperimentato la fatica e la soddisfazione di aver dato una direzione dinamica alla materia, si è posto il problema di come valorizzare l’opera collettiva. Abbiamo provato diverse disposizioni sul tavolo, cercando la configurazione più armoniosa.
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La risposta è arrivata spontaneamente: far disporre i tetraedri in cerchio.
Non più una gerarchia di vertici isolati, ma un flusso continuo di responsabilità condivisa.
L’immagine restituisce la potenza del lavoro svolto
Disposti in cerchio, i singoli vortici impressi sull’argilla sembrano inseguirsi l’un l’altro, creando un movimento corale che unisce le diverse sfumature della creta. Il giudizio sul singolo pezzo sparisce: ciò che resta è l’immagine interiore della nuova governance aziendale.
Nel cerchio di condivisione finale, la soddisfazione era palpabile. La governance collaborativa non è assenza di regole o confusione, ma è una precisione di livello superiore
Accettare la torsione e prendersi carico delle parti invisibili è stato un atto di coraggio gestionale. Ma la lezione impressa nell’argilla resta: la governance collaborativa è la massima espressione della precisione sistemica.
La struttura tiene se ci si ascolta, se si alleggerisce il carico dell’altro e se tutti si muovono all’unisono.
Il futuro ha ora una forma dinamica e solida:
solida come un tetraedro, fluida come un vortice, unita come un cerchio.
Un cuore pulsante
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