La fiaba”Il leprotto marino”: ​L’Unione Alchemica tra pensare e sentire

Quando il pensiero analitico incontra il cuore

​IL LEPROTTO MARINO ( Das Meerhäschen)

“La fiaba n. 191 dei Fratelli Grimm, custodita nella sua integrità originale dalla preziosa edizione Einaudi, che ne preserva la forza autentica senza edulcorazioni.”


​C’era una volta una principessa che, nel suo castello, in alto, sotto i merli, aveva una sala con dodici finestre, che dominavano tutto l’orizzonte; e quando ella vi saliva e si guardava intorno, poteva abbracciare con lo sguardo il suo regno. Dalla prima finestra ci vedeva già meglio degli altri, dalla seconda ancor meglio, ancor più chiaro dalla terza, e così via, fino alla dodicesima, da cui vedeva tutto quel che era sopra e sotto terra, e nulla poteva rimanerle nascosto. E siccome era superba e non voleva sottomettersi a nessuno, ma regnar da sola, bandì che sarebbe diventato suo sposo soltanto chi sapesse nascondersi, in modo che a lei fosse impossibile trovarlo. Ma chi l’avesse tentato e fosse stato scoperto, gli avrebbe mozzato la testa e l’avrebbero infilata su un palo. Novantasette pali con teste mozze già si rizzavano davanti al castello, e per molto tempo non si presentò nessuno.

La principessa era contenta e pensava: «Resterò libera per tutta la mia vita». Ed ecco, comparvero tre fratelli e le annunciarono che volevano tentar la sorte. Il maggiore credeva di esser sicuro a strisciare dentro la fossa della calcina, ma fin dalla prima finestra ella lo scorse, lo fece tirar fuori, e gli mozzarono la testa. Il secondo s’acquattò nella cantina del castello, ma anche lui fu scorto dalla prima finestra e spacciato: la sua testa finì sul novantanovesimo palo. Allora il più giovane si presentò alla principessa e la pregò di dargli un giorno di tempo per riflettere e di esser così benigna da fargli grazia due volte, se lo scopriva: se gli andava male anche la terza volta, non gl’importava più nulla della vita. Era così bello e la pregava con tanto calore, che ella disse: — Sì, te lo concedo; ma non riuscirai.


​Il giorno dopo egli meditò a lungo come nascondersi, ma invano. Allora prese il suo schioppo e andò a caccia. Vide un corvo e lo prese di mira; e stava per premere il grilletto, quando il corvo gridò: — Non sparare, ti ricompenserò! — Egli abbassò il fucile, andò avanti e arrivò a un lago, dove sorprese un grosso pesce, che dal fondo era salito a fior d’acqua. Prese la mira e il pesce gridò: — Non sparare, saprò ricompensarti! — Egli lasciò che si tuffasse, andò avanti e incontrò una volpe che zoppicava. Sparò e fallì il colpo, e la volpe gridò: — Vieni qua, piuttosto, e tirami via la spina dal piede —. Egli lo fece, ma poi voleva ucciderla e scuoiarla. La volpe disse: — Lascia stare, ti ricompenserò! — Il giovane la lasciò andare e, siccome era sera, tornò a casa.


​Il giorno dopo doveva nascondersi, ma, per quanto si rompesse la testa, non sapeva dove. Andò nel bosco dal corvo e gli disse: — Ti ho lasciato la vita, adesso dimmi dove debbo nascondermi, perché la principessa non mi veda —. Il corvo chinò la testa e meditò a lungo. Alla fine gracchiò: — Trovato! — Prese un uovo dal suo nido, lo divise in due parti e ci chiuse dentro il giovane; poi lo riappiccicò e ci si mise sopra. Quando la principessa s’affacciò alla prima finestra, non riuscì a scoprirlo, e neppure dalle seguenti; cominciava ad aver paura, quando lo scorse dall’undicesima. Mandò a uccidere il corvo e a prendere l’uovo; lo fece rompere, e il giovane dovette uscirne. Ella disse: — Per una volta ti faccio grazia; ma, se non fai meglio, sei perduto.
​Il giorno dopo egli andò in riva al lago, chiamò il pesce e disse: — Ti ho lasciato la vita, e tu dimmi dove debbo nascondermi, perché la principessa non mi veda —. Il pesce ci pensò un poco e finalmente esclamò: — Trovato! Ti chiuderò nel mio ventre —. L’inghiottì e scese in fondo al lago. La principessa guardò dalle sue finestre, non lo vide neanche dall’undicesima, ed era costernata; ma dalla dodicesima finalmente lo scoprì. Fece prendere e uccidere il pesce e il giovane saltò fuori.

Quel che provava, ognuno può immaginarlo. Ella disse: — Per due volte ti faccio grazia, ma la tua testa finirà sul centesimo palo.


​L’ultimo giorno egli andò nei campi col cuore grosso e incontrò la volpe. — Tu sai trovar tutti i nascondigli, — le disse, — io ti ho lasciato la vita, e tu consigliami dove debbo nascondermi, perché la principessa non mi trovi. — Non è cosa facile! — rispose la volpe, e prese un’aria meditabonda. Alla fine esclamò: — Trovato! — L’accompagnò a una fonte, si tuffò e ne uscì trasformata in venditore ambulante. Anche il giovane dovette tuffarsi nell’acqua e fu trasformato in leprotto marino.

L’uomo andò in città e mostrava il grazioso animaluccio. Molta gente accorse a vederlo. Alla fine venne anche la principessa, e le piacque tanto che lo comprò e lo pagò lautamente. Prima di consegnarlo, il venditore gli disse: — Quando la principessa va alla finestra, scivola in fretta sotto la sua treccia —.

Venne il momento ch’ella dovette cercarlo. Si affacciò alle finestre, via via, dalla prima all’undicesima, e non lo vide; e quando non lo vide neppure dalla dodicesima, spaventata e furiosa, la sbatacchiò con tale violenza che tutti i vetri delle finestre andarono in mille pezzi e tutto il castello tremò.
​Tornò indietro e sentì il leprottino sotto la treccia; allora l’afferrò e lo gettò a terra gridando: — Via, lévati d’intorno! — Egli corse dal venditore ed entrambi si affrettarono alla fonte, dove si tuffarono e ripresero il loro vero aspetto. Il giovane ringraziò la volpe e disse: — Il corvo e il pesce son babbei in tuo confronto: è proprio vero che tutte le malizie le sai tu!


​Egli andò difilato al castello. La principessa l’aspettava già e si rassegnò al suo destino. Furono celebrate le nozze, e adesso egli era il re, signore di tutto il regno. Non le raccontò mai dove si fosse nascosto la terza volta e chi lo avesse aiutato; e così ella credette che avesse fatto tutto di scienza propria; e lo aveva in grande stima, perché pensava: «La sa più lunga di me!»

Dipingere ispirati da questa fiaba è stato un atto di risveglio.
Le immagini del “Coro degli Archetipi” che la fiaba offre, conducono l’anima in un’immersione che genera intuizioni profonde, offrendosi come prezioso nutrimento per il gesto pittorico.
​La fiaba numero 191 dei fratelli Grimm non è solo un racconto: è una mappa poetica del processo di unione tra differenti funzioni e qualità dell’anima.

Al centro della torre troviamo la Principessa, l’immagine della conoscenza che osserva e analizza.

Le sue dodici finestre risuonano con la dottrina dei dodici sensi di Rudolf Steiner: un apparato percettivo completo che domina l’orizzonte ma che, nel suo isolamento, rischia di cristallizzarsi in “ghiaccio intellettuale”

Isolata nella sua stabile inespugnabile torre, osserva il mondo dall’alto, come oggetto estraneo a sé.

È l’immagine dell’intelletto che domina la realtà esteriore, sviluppando l’arroganza di bastare a se stesso.
Una conoscenza analitica, necessita di freddezza e non si sottomette a nessuno.

A testimoniare la rigidità di questo scenario, stanno i 97 crani dei pretendenti falliti: monumenti a un pensiero che uccide la vita.

Ma accade qualcosa di nuovo con l’arrivo del terzo fratello. L’intelletto, implacabile nel suo giudizio, vacilla un po’ di fronte alla bellezza e alla amorosa intenzione del principe, gli concede quindi la possibilità di sbagliare.

Alla rigida arroganza della principessa fa eco il sentimento polare del principe: egli riconosce il proprio limite e, nel silenzio dell’umiltà, si immerge nell’ascolto della natura. Qui gli elementi prendono voce attraverso il corvo, il pesce e la volpe—messaggeri di aria, acqua e terra. Proprio verso la volpe, (Terra), il principe compie un gesto di pura compassione, liberandole la zampa da una spina, un atto di cura che trasforma la brama istintiva in saggezza vissuta. L’anima senziente è pronta alla sua metamorfosi.

Questa nuova sensibilità gli permette di accogliere il consiglio più profondo: la necessità di trasformare la propria forma. Rinunciando alla sua identità abituale per amore, il principe accetta di mutare sembianze per farsi incontro alla principessa. È il mistero dell’anima capace di manifestarsi come creatura d’amore.”

Quando il Principe, divenuto invisibile allo sguardo analitico, trova rifugio dietro la nuca della Principessa, si compie il mistero del Matrimonio Alchemico. In quel punto cieco, dove la visione esteriore viene meno, avviene l’unione sacra: il sentire non è più estraneo oggetto da osservare, ma diventa il fondamento stesso del pensare.


​In questa fusione, l’antica struttura dei dodici sensi — quella torre che dominava l’orizzonte per catalogare il mondo — non ha più necessità di restare isolata. Non è più l’unico strumento di conoscenza. Crolla la pretesa dell’intelletto di essere bastante a se stesso, perché ora il sentire si è fatto sostanza vitale all’interno del pensiero stesso.
​È l’alba di una nuova modalità conoscitiva: il cuore ha fecondato la mente. L’anima non osserva più la realtà da una finestra ghiacciata, ma la abita dall’interno, in un equilibrio dove il sentire dà calore al concetto e il pensare dà luce al sentimento.”
I sensi smettono di essere “finestre” separate e diventano un organismo unico, capace di un pensare immaginativo e intuitivo.

Dipingere con l’acquerello su carta bagnata è un’immersione totale nel processo pittorico. È una ricerca continua di equilibrio tra la conoscenza del colore — del suo movimento e della sua qualità — e l’atto di guidarlo. Al tempo stesso, significa sapersi lasciar guidare: cercare rapidamente una forma o accogliere ciò che il colore stesso suggerisce e propone.”


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L’esperienza dell’acquerello su carta bagnata rappresenta un dialogo tra controllo e abbandono. Da un lato c’è il conoscere la tecnica e le qualità del pigmento; dall’altro c’è l’ascolto del colore che danza sull’acqua. Si oscilla tra il dare una direzione e il farsi guidare, in una ricerca veloce della forma che nasce da ciò che l’incontro tra acqua e colore rivela.”

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L’equilibrio: conoscere il movimento del colore per poterlo guidare, ma anche avere l’umiltà di farsi condurre. È un processo vivo, dove la forma non è solo imposta, ma nasce dall’ascolto di ciò che il colore suggerisce e manifesta sulla carta.”

“Come il Principe si immerge negli elementi per trovare il suo nascondiglio, così il pittore si immerge nell’acqua e nel colore, trovando l’equilibrio tra la volontà che guida e l’anima che ascolta.”

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