4° Incontro: La Cura per la Saggia Elsa

Oltre la paralisi dell’anima





​34. La saggia Elsa

​Un uomo aveva una figlia, che chiamavano la saggia Elsa. Quando fu cresciuta, il padre disse: – Dobbiamo darle marito. – Sì, – disse la madre, – purché qualcuno la voglia –. Finalmente arrivò da lontano un certo Gianni e la chiese in moglie, ma a patto che la saggia Elsa fosse accorta proprio davvero. – Oh, – disse il padre, – ha sale in zucca! – E la madre: – Ah, vede correre il vento per la strada e sente tossire le mosche. – Sì, – disse Gianni, – se non è proprio accorta non la piglio –.


​A tavola, quando ebbero mangiato, la madre disse: – Elsa, va’ in cantina e prendi la birra –. La saggia Elsa staccò il boccale dalla parete, andò in cantina, e per strada sbatacchiava bravamente il coperchio, per non annoiarsi. Quando fu in cantina, prese uno sgabello e lo mise davanti alla botte, per non doversi curvare, che poi non si facesse male alla schiena e non si buscasse un guaio imprevisto. Poi si mise davanti il boccale e aprì la cannella, e mentre la birra scorreva, non volendo lasciar inoperosi gli occhi, li alzò verso la parete; guardò di qua e di là, finché, proprio sulla sua testa, scorse un piccone, che i muratori avevano lasciato là per sbaglio.


​Allora la saggia Elsa si mise a piangere, dicendo: – Se mi piglio Gianni, e abbiamo un bambino, e quando è grande lo mandiamo in cantina, e qui gli tocca spillar la birra, il piccone gli cade in testa e lo ammazza –. E se ne stava là, piangendo e strillando a più non posso per l’imminente sciagura.

Sopra aspettavano la birra, ma la saggia Elsa non arrivava mai. Allora la donna disse alla serva: – Va’ giù in cantina e guarda dov’è Elsa –. La serva andò e la trovò seduta davanti alla botte, che singhiozzava forte. – Elsa, perché piangi? – domandò la serva. – Ah, – rispose, – non devo piangere? Se mi piglio Gianni e abbiamo un bambino, e quando è grande deve spillar la birra qui in cantina, può darsi che gli cada il piccone in testa e l’ammazzi –. Allora la serva disse: – Sei davvero la nostra saggia Elsa! – le sedette accanto, e si mise a piangere anche lei su quella sciagura.


​Dopo un po’, poiché la serva non tornava e sopra avevano sete, l’uomo disse al servo: – Va’ in cantina, e guarda dove sono Elsa e la serva –. Il servo scese; ed ecco la saggia Elsa e la serva, che piangevano insieme. Ed egli chiese: – Perché piangete? – Ah, – disse Elsa, – non devo piangere? Se mi piglio Gianni e abbiamo un bambino, e quando è grande deve spillar la birra qui in cantina, il piccone gli cade in testa e l’ammazza –. Il servo disse: – Ah, sei davvero la nostra saggia Elsa! – Le sedette accanto, e si mise anch’egli a strillar forte.

Sopra aspettavano il servo, ma poiché non arrivava mai, l’uomo disse alla moglie: – Scendi in cantina e guarda dov’è Elsa –. La donna scese, li trovò tutt’e tre a lamentarsi e domandò perché; ed Elsa raccontò anche a lei che certo il suo futuro bambino sarebbe stato ucciso dal piccone, appena fosse grande e dovesse spillar la birra, e il piccone cadesse. Allora anche la madre disse: – Ah, sei davvero la nostra saggia Elsa! – Si mise a sedere, e pianse con loro.


​Sopra, l’uomo attese ancora un pochino, ma siccome sua moglie non tornava ed egli aveva sempre più sete, disse: – Andrò io stesso in cantina, a veder dov’è Elsa –. Ma quando arrivò in cantina, e li trovò tutti in lacrime, l’uno accanto all’altro, e ne sentì il motivo, cioè che la colpa era del bambino, che un giorno Elsa avrebbe forse messo al mondo e che poteva esser ucciso dal piccone, se proprio nel momento in cui il piccone cadesse egli stesse lì sotto a spillar la birra, allora esclamò: – Che saggia Elsa! – Sedette e pianse con loro.

Sopra, il fidanzato rimase solo per un bel po’; poiché nessuno tornava, pensò: «Ti aspetteranno sotto; va’, e vedi di cosa stiano a fare». Quand’egli scese, ce n’eran cinque, seduti a piangere e a lamentarsi, l’uno meglio dell’altro, da far proprio compassione. – Che disgrazia è successa? – domandò. – Ah, caro Gianni, – disse Elsa, – il giorno che ci sposiamo e abbiamo un bambino, e diventa grande e lo mandiamo qui a spillar la birra, allora il piccone che è rimasto lassù, se cade, può spaccargli la testa e stenderlo morto: non dobbiamo piangere? – Be’, – disse Gianni, – per governar la mia casa è abbastanza intelligente; poiché sei così saggia, ti prendo in moglie –. L’afferrò per la mano, la condusse di sopra e la sposò.


​Dopo un certo tempo, Gianni disse: – Moglie mia, io esco: vado a lavorare per guadagnare un po’; va’ tu nel campo, mieti il grano, che non ci manchi il pane. – Sì, mio caro Gianni, lo farò –. Quando Gianni fu uscito, ella si fece una buona pappa e se la portò nel campo.

Appena arrivata, disse fra sé: «Cosa faccio? prima mieto o prima mangio? Be’, prima mangerò». Mangiò tutta la sua pentola di pappa e quando fu ben rimpinzata, si disse: «Cosa faccio? prima mieto o prima dormo? Be’, dormirò». Si sdraiò nel grano e s’addormentò.


​Gianni era a casa da un pezzo, ma Elsa non tornava; allora egli disse: – Com’è saggia la mia Elsa! Ha tanta voglia di lavorare che non viene neppur a casa a mangiare! – Ma siccome Elsa non tornava mai ed imbruniva, Gianni uscì e andò a vedere quanto avesse mietuto; ma non aveva mietuto un bel nulla, e dormiva, lunga distesa nel grano.

Allora Gianni corse a casa, prese una rete da uccellare coi suoi campanellini e gliela tese intorno, ed ella continuò a dormire. Poi egli corse a casa, chiuse la porta, e sedette a lavorare.
​Finalmente, quand’era già buio pesto, la saggia Elsa si svegliò; e quando s’alzò ci fu intorno a lei tutto uno strepito di campanellini che tintinnavano a ogni passo. Allora si spaventò, si confuse, dubitando di essere proprio la saggia Elsa, e disse: – Sono io o non sono io? – Ma non sapeva che cosa rispondere, e per un bel po’ stette in forse; infine pensò: «Andrò a casa, e domanderò se sono o non sono io; loro lo sapranno certo». Corse davanti all’uscio, ma era chiuso; allora bussò alla finestra, gridando: – Gianni, c’è Elsa? – Sì, – rispose Gianni, – c’è –. Ella si spaventò e disse: – Ah, Signore! allora non sono io –. E andò a un’altra porta; ma, udendo il tintinnio dei campanelli, la gente non voleva aprirle ed ella non poté trovar ricovero. Allora fuggì dal villaggio; e nessuno l’ha più vista.


...
​Nel nostro quarto incontro del corso di pittura, ci siamo immersi nelle atmosfere della fiaba "La saggia Elsa". Un racconto che, a un primo sguardo appare grottesco, ma che nasconde un monito antropologico di estrema attualità.
Il processo mortifero dell'immaginazione condizionata.

Nella fiaba , la madre dice che Elsa:
​"Sente tossire le mosche" (Sie hört die Fliegen husten).
​In Germania, questo modo di dire indica qualcuno che crede di essere estremamente scaltro o sensibile, ma che in realtà si perde in dettagli insignificanti o inesistenti.
È la descrizione perfetta di un pensare concentrato solo sulle immagini prodotte dalle proprie paure.
La Saggia Elsa rappresenta quella parte di noi che soccombe sotto il peso delle proprie proiezioni. Le sue preoccupazioni diventano così vivide da immobilizzarla.

Quando l'anima è totalmente assorbita dai propri "fantasmi" (le proiezioni astrali non educate), si verifica un paradosso: l'intelletto è iper-attivo nel creare scenari catastrofici, ma lo spirito dorme.
Se l'Io non illumina il pensiero, l'uomo diventa un guscio vuoto, risuonante di rumori esterni. La rete con i campanellini che Gianni mette addosso a Elsa è il simbolo fisico di questa prigione di pensieri ronzanti che sostituiscono la voce interiore.

Nella fiaba, Elsa finisce per addormentarsi nel campo invece di mietere. L'anima vede il pericolo, ma non ha le "mani" per spostare il piccone. Senza azione, lo spirito si perde nel villaggio, senza più trovare "ricovero".
Proietta così tanto all'esterno che la realtà sparisce, sostituita da "fantasmi" che occupano tutto lo spazio interiore.

Si preferisce la paralisi data dall'identificazione col dramma piuttosto che il gesto liberatorio che innesca un processo di trasformazione.

​Il momento finale della fiaba descrive l'annichilimento totale: Gianni le tende intorno una rete con i campanellini mentre lei dorme.

L'anima della Saggia Elsa è un'anima "disincarnata" pur essendo prigioniera della materia e delle sue proiezioni. ​La sconfitta evolutiva dell’essere umano avviene quando l'immobilità di pensare, sentire, volere, diventa l'unico modo di vivere. Il momento in cui Elsa chiede "Sono io o non sono io?" segna il confine dell'alienazione. Cercando se stessa, trova solo il suono dei campanellini: un elemento esterno, meccanico, estraneo.

Quando le emozioni e le brame del corpo astrale non sono rette dalla forza dell’Io, esse si cristallizzano. L’Io, invece di essere il timoniere , viene sommerso da una "immobilità esistenziale". In questo stato, l'individuo perde il contatto con il proprio Sé , fino a non riconoscersi più, proprio come accade a Elsa nel finale della fiaba, quando il suono dei campanellini la confonde a tal punto da farle chiedere: “Sono io o non sono io?”.


Dipingere la cura all’anichilire : acquerello su carta bagnata

Alle partecipanti ho chiesto di cercare, attraverso il colore, la "cura" per il congelamento della volontà, rigidità nel pensare, assenza di entusiasmo...

Dipingere la "cura" significa richiamare l'Io a riprendere possesso dei propri sensi

L'esperienza del dipingere con l'acquerello su carta bagnata è vivere un dialogo tra controllo e abbandono, il conoscere la tecnica, le qualità del pigmento, l'ascolto del colore che danza sull'acqua. Si oscilla tra il dare una direzione e il farsi guidare, in una ricerca della forma che nasce da ciò che l'incontro tra acqua, colore e proprio gesto rivela.

La cura per un'anima così spaventata, è compassione e calore


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