Dalla Paura alla Coscienza: Il Viaggio di Tremotino nell’Arte

Nel nostro secondo incontro di pittura ci siamo addentrati nei misteri di Tremotino, una fiaba che descrive con precisione  il processo evolutivo dell’anima umana.

Attraverso l’acquerello, abbiamo cercato di dare forma a questo passaggio delicato e potente: dalla costrizione alla conquista del Sé.

Il Patto con le Forze Telluriche

L’anima giovane, quando si sente impaurita e chiusa in una stanza dai condizionamenti del passato (rappresentati dal Padre e dal Re e dalla loro avidità), finisce per attrarre le forze elementali.

In questa fiaba sono le forze telluriche della natura a compiere il miracolo di trasformare la “paglia” in “oro”, e lo fanno a un prezzo altissimo: un patto contro-evolutivo che ipoteca il futuro, il bambino.

La giovane anima  è senziente  e razionale-affettiva, ma non ancora cosciente e per la paura di morire, accetta il patto nell’oscurità, resta nell’abitudine del passato, obbedisce e lascia aperta l’antica connessione con la natura.

Accetta che “magicamente” l’essere di natura trasformi la paglia in oro e stringe un patto con lui.

La fiaba ci mostra che l’evoluzione avviene quando l’anima, divenuta Regina, non accetta più quel patto. Per amore del futuro (il figlio), l’anima si attiva.

Inizia il processo di conoscenza: scoprire il nome di Tremotino significa conquistare l’essenza dell’essere di natura. E lo fa con logica e osservazione.

Le forze telluriche, una volta nominate, e quindi conosciute nella loro essenza, tornano al loro posto.
Tremotino non ha più potere sull’interiorità umana; sprofonda nella terra e si dissolve, lasciando l’anima libera .

Dipingere questa fiaba è stato un esercizio di risveglio. Abbiamo visto come l’anima, da senziente, razionale e affettiva, sente la necessità di divenire cosciente e tale necessità si attiva per amore.

Ora quelle forze non agitano più il suo interno, ma si esprimono nel giusto ordine del mondo naturale.
L’anima cosciente si è manifestata.

Un ringraziamento a tutti i partecipanti per aver saputo “pronunciare il nome” attraverso i loro pennelli, trasformando un foglio bianco in un cammino di consapevolezza.

Patrizia Giovanna Curcetti

…e per chi non conoscesse la fiaba, ecco la versione pubblicata da Adelphi (nella celebre edizione curata da Camilla Brunelli e Gaetano Chiappini) che traduce fedelmente l’ultima edizione della raccolta dei Fratelli Grimm (1857). 

Le traduzioni fedeli conservano un linguaggio lontano dalla banalità del quotidiano. Edulcorare significa spesso anche semplificare il lessico, impoverendo l’immaginario del lettore.

TREMOTINO


C’era una volta un mugnaio che era povero, ma aveva una bella figlia. Ora accadde che egli si trovasse a parlare con il re e, per darsi delle arie, gli disse: «Ho una figlia che sa filare l’oro dalla paglia». Il re rispose al mugnaio: «Questa è un’arte che mi piace molto; se tua figlia è così abile come dici, portala domani al mio castello, che voglio metterla alla prova».


Quando la fanciulla fu condotta da lui, egli la portò in una stanza che era tutta piena di paglia, le diede il filatoio e l’aspo e disse: «Adesso mettiti al lavoro; se entro domani mattina presto non avrai filato questa paglia in oro, dovrai morire». Poi chiuse la porta a chiave ed ella rimase lì dentro sola.


La povera figlia del mugnaio sedeva là e non sapeva che fare della sua vita: non aveva la minima idea di come si potesse filare l’oro dalla paglia, e la sua angoscia divenne così grande che scoppiò a piangere.

All’improvviso l’uscio si aprì ed entrò un omino piccolo piccolo che disse: «Buona sera, signora mugnaia, perché piangi tanto?».
«Ah,» rispose la fanciulla, «devo filare l’oro dalla paglia e non ne sono capace».
L’omino disse: «Che cosa mi dai, se te la filo io?».
«La mia collana,» disse la fanciulla.
L’omino prese la collana, si sedette davanti al filatoio e, trit-trat, trit-trat, tre volte girò la ruota e il fuso era pieno. Poi ne prese un altro e, trit-trat, trit-trat, tre volte girò la ruota e anche il secondo era pieno; e così andò avanti fino al mattino, finché tutta la paglia fu filata e tutti i fusi furono pieni d’oro.


Al levar del sole il re era già lì e, quando vide l’oro, rimase stupito e se ne rallegrò, ma il suo cuore divenne ancora più avido di ricchezza. Fece mettere la figlia del mugnaio in un’altra stanza molto più grande, anch’essa piena di paglia, e le ordinò di filarla in una notte, se aveva cara la vita. La fanciulla non sapeva che fare e piangeva, ma l’uscio si aprì di nuovo e l’omino apparve e disse: «Che cosa mi dai, se ti filo la paglia in oro?». L’anello che ho al dito,» rispose la fanciulla.
L’omino prese l’anello, cominciò di nuovo a far ronzare la ruota e al mattino aveva filato tutta la paglia in oro lucente.


Il re fu felicissimo alla vista di quel tesoro, ma non ne aveva ancora abbastanza; fece mettere la figlia del mugnaio in una terza stanza ancora più grande, piena di paglia, e disse: «Devi filare anche questa durante la notte; se ci riesci, diventerai la mia sposa». Anche se è solo la figlia di un mugnaio,» pensava, «non troverò una donna più ricca in tutto il mondo».


Quando la fanciulla fu sola, tornò per la terza volta l’omino e chiese: «Che cosa mi dai, se ti filo la paglia anche questa volta?».
«Non ho più nulla da darti,» rispose la fanciulla.
«Allora promettimi,» disse l’omino, «che quando sarai regina mi darai il tuo primo figlio».
«Chissà come andranno le cose,» pensò la figlia del mugnaio e, non sapendo come altro aiutarsi in quella necessità, promise all’omino quello che chiedeva; e l’omino, in cambio, filò la paglia in oro.


Quando il re venne al mattino e trovò tutto come aveva desiderato, celebrò le nozze con lei, e la bella figlia del mugnaio divenne regina.

Dopo un anno diede alla luce un bel bambino e non pensava più all’omino, quando all’improvviso egli entrò nella sua camera e disse: «Adesso dammi quello che mi hai promesso».


La regina inorridì e offrì all’omino tutte le ricchezze del regno, purché le lasciasse il bambino; ma l’omino disse: No, qualcosa di vivo mi è più caro di tutti i tesori del mondo».

Allora la regina cominciò a piangere e a lamentarsi così tanto che l’omino ne ebbe compassione.
«Ti lascio tre giorni di tempo,» disse, «se entro questo termine riuscirai a sapere il mio nome, potrai tenere il bambino».


La regina passò la notte intera a ricordare tutti i nomi che aveva mai udito e mandò un messo in tutto il paese a domandare in giro quali altri nomi ci fossero.

Il primo giorno, quando venne l’omino, ella cominciò con Caspare, Melchiorre, Baldassarre, e disse in ordine tutti i nomi che sapeva, ma a ognuno l’omino diceva: «Non mi chiamo così».


Il secondo giorno fece chiedere nelle vicinanze come si chiamasse la gente, e propose all’omino i nomi più insoliti e bizzarri: «Ti chiami forse Gambastorta, o Montemezzo, o Stringilaccio?». Ma egli rispondeva sempre: «Non mi chiamo così».


Il terzo giorno il messo tornò e raccontò: «Nuovi nomi non ne ho trovati, ma mentre arrivavo alla svolta di un bosco, in cima a un’alta montagna dove la volpe e la lepre si danno la buona notte, vidi una casetta, e davanti alla casa ardeva un fuoco, e intorno al fuoco saltellava un omino ridicolo, saltava su una gamba sola e gridava:

«Oggi fò il pane, la birra domani,
e il figlio della regina avrò tra le mani;
nessuno sa, e questo è il sopraffino,
che il mio nome è Tremotino!»

Potete immaginare quanto fu felice la regina quando udì quel nome. Poco dopo, quando l’omino entrò e chiese: «Allora, signora regina, come mi chiamo?», ella domandò prima: «Ti chiami Corrado?».
«No.»
«Ti chiami Enrico?».
«No.»
«Non ti chiamerai mica Tremotino?».


«Te l’ha detto il diavolo! Te l’ha detto il diavolo!» gridò l’omino e, per la rabbia, pestò il piede destro nel terreno così profondamente che vi affondò fino alla cintola; poi, nel suo furore, afferrò con entrambe le mani il piede sinistro e si squarciò da se stesso in due parti, proprio nel mezzo.

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